Comunicare una realtà attuale, utilizzando un linguaggio e un’estetica immediate, come sono quelle contemporanee: è la grande sfida dell’arte di Luz. Arte che, al tempo stesso, è un flusso spontaneo di produzioni - quadri, oggetti, materia - di cui l’artefice è semplice testimone attivo, canale ipersensibile per lo Spirito vivace e confuso del nostro Tempo.

La serie dei BOP gioca semanticamente con la grande corrente artistica del POP. Un Canale per gli Spiriti, infatti, non sente la soggezione delle grandi correnti del passato. Anzi, cavalca con abilità e leggerezza da acrobata quella vena rivisitatrice, che nell’Ottocento fu l’Eclettismo e che negli anni 2000 potremmo definire Citazionismo. Grandiosi esempi di tale approccio, in chiave multimediale, sono l’inarrivabile saga dei Simpsons e il grande cinema di Quentin Tarantino. E così LUZ non frena il suo istinto artistico dal ripercorrere il Neoplasticismo di Mondrian, il Dripping di Pollock e la deformazione fisiognomica di Picasso. Per non parlare dei legami sempre strettissimi con il teatro, i suoi temi e le sue atmosfere. E’ proprio da questo ambiente e dalle sue controverse luci che LUZ proviene per trasformarsi in artista visuale.

 

I piccoli personaggi tondeggianti che popolano le opere di LUZ parlano un linguaggio sfacciato e contemporaneo, con ammiccamenti alla Street Art più aggressiva e colorata. E’ un forte richiamo sensoriale per attrarre gli sguardi distratti. Ma subito ricondurli alla riflessione: la nostra società attraversa un processo di omologazione. La maschera caratterizza il volto dell'uomo contemporaneo: è un’avatar facile da squadernare e che permette di non esporsi alle pericolose conseguenze del mostrare la propria unicità. Con discrezione, però, ciò avviene proprio nelle opere di LUZ: mescolato agli omologati individui del nostro quotidiano, vive (quasi) sempre un elemento che ha il semplice ma straordinario coraggio di dichiarare la propria difformità. E’ una diversità preziosa in se stessa, anche quando il suo potere di influenzare il contesto circostante rimane un’utopia.

 

Siamo irrimediabilmente soli, dunque. Soli nel mezzo delle città brulicanti, disumanizzati quanto più attorniati da altri esseri umani. E siamo muti nel rumore assordante: incapaci di esprimerci con qualcosa che vada oltre un segnale convenzionale. Il tema della solitudine permea così tutti i quadri BOP, ma anche le escursioni dell’artista in realizzazioni più tradizionalmente figurative: donne sole, rannicchiate su se stesse, gridano la propria fragilità e la necessità di una protezione dall’esterno che forse non troveranno mai. Così anche le prorompenti Regine del mazzo immaginario dell’artista, solo apparentemente fiere e superbe nei loro lineamenti decisi e fumettistici, non sono che fragili femmine intrappolate nella gabbia del riquadro loro assegnato. E’ una spietata metafora della donna di oggi: bisognosa di sentirsi incasellata, ben inserita in una società nella quale per ogni tassello sono già previsti il trucco adatto, gli abiti giusti, l’espressione obbligatoria. E guai a sgarrare.

 

[Stefania Ramella]

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Indagando la vasta e poliedrica produzione dell’artista milanese Luz (al secolo Marco Luzzi) quella che concettualmente è più stratificata ed esteticamente più “semplice” è la serie dei Bop: attraverso un percorso che affonda le sue radici nell’esperienza del teatro africano, l’artista ha assunto ad emblema della sua ricerca una maschera (un simbolo) su cui strato dopo strato ha eliminato il superfluo, ha grattato via ogni impurità, ha liberato l’essenzialità per arrivare tramite un processo  di rarefazione ad individuare il nucleo stesso del suo eclettismo.

Il bop in quanto simbolo diventa quindi l’emblema della poetica dell’artista, il mezzo tramite il quale si esprime la lotta tra opposti che ha la sua sublimazione nel momento creativo:

 

La contrapposizione uno/molti, individuo/massa, solitudine/empatia, si sviluppa in un percorso che cerca di trovare nell’individuo singolo, isolato dal resto della comunità sia concettualmente che fisicamente, il nesso che lo fa di fatto appartenere alla comunità.

 

Siamo soli nel momento in cui ci poniamo in relazione ad un insieme, ad una moltitudine che dovrebbe essere pensante ma non pensa, dovrebbe parlare ma non parla (eccezion fatta per la presenza del cartello con la firma dell’artista che in un certo senso, entra nell’opera d’arte ad indicare una direzione e suggerire un’azione!) dovrebbe avere un’identità ma si annulla in un più comodo mucchio omogeneo, che sta zitto, che non si oppone, che non si assume il compito di essere significante, di avere un significato…. Nella scelta cosciente di estraniarsi dalla moltitudine l’individuo(bop) - considerato nella sua unicità - dichiara il suo rifiuto dell’omologazione, dell’annullamento nella massa indistinta, vissuta come magma primigenio da cui separarsi, da cui generare una nuova presa di coscienza, una nuova idea di unicità in cui coinvolgere l’altro per far nascere una nuova massa pensante .

 

In estrema sintesi quello che Luz cerca di individuare attraverso la sua poetica è la linfa vitale che si cela  dietro la logica di quello che l’artista stesso definisce “il pensiero oppositivo”, è la ricerca dell’anima, in ogni sua sfumatura, in ogni suo eclettismo, ed in relazione a questo la motivazione per cui l’individuo una volta contestualizzato tra altri individui non vuole essere felice, non tende naturalmente alla felicità…in quest’ottica, l’elemento fuori dal coro è obbligato, moralmente ed ontologicamente ad offrire un alternativa, a garantire un’urgenza emotiva come reazione umana all’infelicità.

 

Il fruitore dell’opera d’arte ne diventa in quest’ottica parte integrante: lasciando dei margini interpretativi, non riempiendo le zone d’ombra, Luz lascia alla fantasia dell’osservatore il compito di arricchire l’opera d’arte di substrati di significato, non ne incanala il senso attraverso una chiave di lettura prosaica ed opprimente , al contrario  usa le differenti interpretazioni come strumento di crescita personale ed artistica, come una spugna assorbe le influenze esterne e rielaborandole crea una sorta di quadro infinito, in cui scandagliare lo stesso messaggio attraverso diventi punti di vista. Così le donne col burqa possono essere dita, o maschere da saldatore, le bocche possono essere caschi da rugby, e gli occhi dei bop sono allo stesso tempo il simbolo dell’infinito o la palla 8 da biliardo……

Del resto l’artista parte dal presupposto che niente di nuovo si possa più creare, niente inventare: il primo , l’unico vero gesto artistico , quello che all’infinito viene reiterato in ogni quadro, ogni scultura, in ogni opera d’arte , è il primo graffito del primo uomo… quindi tanto vale accettare di subire l’influsso di chi è stato prima, assorbirne la pulsione creativa, rielaborare il concetto attraverso il filtro dei proprio occhi, della propria esperienza, esperire la tecnica per impadronirsene, e così all’infinito, in un continuo gioco di specchi e rimandi.

 

[Vania Frare]

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